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che poi a descriversi si fanno solo delle gran figure di merda, sempre.
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sabato 11 aprile 2009

riflessioni isolate


mi capita spesso ultimamente di stare così, col pensiero:
in piedi di fronte al mare che mi circonda tutto.
in piedi ad occhi chiusi a sentire quanta libera solitudine che mi galleggia dentro.
è l'isola che cullo dentro che mi porta al confronto:
il continente è spesso stato per me una gabbia.
ma non spazio ristretto.
piuttosto di relazioni:
costrizioni formali e così solide da rinchiudermi in appartamenti, condominii, quartieri, città, regioni, stati.
il continente è un continuo scoprire altri contenitori che contengono altri contenitori che contengono, cosa?
è una catena di isolamenti comunicanti.

grazie a maittha e alle sue foto e agli scambi che abbiamo avuto, ho consolidato ancor più la mia idea sulla libertà dell'isola.
sulle peculiarità che ci fanno sentire vicini nella solitudine sterminata del mare che circonda le nostre terre (la sua, la sicilia, la mia la sardegna), e che ci isolano in quelle grandi città 'efficienti' che ci fanno mancare la terra sotto i piedi in continui piccoli crolli quotidiani e necessari arginamenti.
e le parole di Bufalino, nel suo testo L'isola plurale, contenuto in Cento Sicilie, mi fanno sentire capita, fino in fondo.
nonostante la mia sardità, al di là di quanto questo possa essere un bene o un male.
« [...]Vi è una Sicilia “babba”, cioè mite, fino a sembrare stupida; una Sicilia “sperta”, cioè furba, dedita alle più utilitarie pratiche della violenza e della frode. Vi è una Sicilia pigra, una frenetica; una che si estenua nell'angoscia della roba, una che recita la vita come un copione di carnevale; una, infine, che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio... Soffre, la Sicilia, di un eccesso d'identità, né so se sia un bene o sia un male. Certo per chi ci è nato dura poco l'allegria di sentirsi seduto sull'ombelico del mondo, subentra presto la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino.
Capire la Sicilia significa dunque per un siciliano capire se stesso, assolversi o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l'oscillazione fra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amor di clausura, secondo che ci tenti l'espatrio o ci lusinghi l'intimità di una tana, la seduzione di vivere la vita con un vizio solitario. L'insularità, voglio dire, non è una segregazione solo geografica, ma se ne porta dietro altre: della provincia, della famiglia, della stanza, del proprio cuore. Da qui il nostro orgoglio, la diffidenza, il pudore; e il senso di essere diversi.
[...]Ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l'isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte. Altrove la morte può forse giustificarsi come l'esito naturale d'ogni processo biologico; qui appare come uno scandalo, un'invidia degli dei.
Da questa soperchieria del morire prende corpo il pessimismo isolano, e con esso il fasto funebre dei riti e delle parole; da qui nascono i sapori cupi di tossico che lascia in bocca l'amore. Si tratta di un pessimismo della ragione, al quale quasi sempre s'accompagna un pessimismo della volontà.[...]
Il risultato di tutto questo, quando dall'isola non si riesce o non si voglia fuggire, è un'enfatica solitudine.
Si ha un bel dire – io per primo – che la Sicilia si avvia a diventare Italia (se non è più vero, come qualche savio sostiene, il contrario). Per ora l'isola continua ad arricciarsi sul mare come un istrice... Inventandosi i giorni come momenti di perpetuo teatro, farsa, tragedia o Grand-Guignol. Ogni occasione è buona, dal comizio alla partita di calcio, dalla guerra di santi alla briscola in un caffè. [...] »






1 cra cra:

Lidal ha detto...

a volte penso che siano contenitori vuoti.
a volte spesso.
sarà il mezzosangue isolano, ma sento che la tua è una riflessione più che fondata...